IL CATH & RELEASE

di Massimo Magliocco

Se e’ vero che oggi la pesca sportiva non e’ più considerata veicolo di sostentamento ma solo ed esclusivamente uno sport, rilasciare il pesce appena preso e’ forse il gesto più sportivo ed civile che si può fare verso un leale avversario.
 
Molti anni fa, quando iniziai a pescare a mosca, molto onestamente questo sistema di pesca era da me considerato come un’alternativa alle classiche tecniche e le finalità delle mie uscite erano quelle di poter portare a casa le mie due o tre trote. Mi ricordo che all’epoca (se non rammento male su iniziativa di un Fly italiano) si iniziò a pubblicizzare un nuovo modo di concepire la pesca il cosiddetto codice di ‘Autodisciplina’ basato su un discorso etico e cioè la sensibilizzazione dei pescatori verso una autoregolamentazione in funzione delle catture. Chi accettava, ma questo era solo un discorso morale e quindi senza impegni vincolanti questa pratica, si impegnava a trattenere non più di tre capi ad uscita anche se le normative locali permettevano di annoccare molte trote di più.

Sinceramente io non presi mai molto in considerazione questa idea e come me, penso, molti altri pescatori a mosca italiani e così continuai tranquillamente ad annoccare le mie trote. Ma con gli anni l’Autodisciplina fu pian piano sostituita dal Catch & Release vero e proprio sia forzato, cioè nei tratti di fiume in cui questo e’ obbligatorio, o più semplicemente praticato regolarmente dai pescatori come etica personale. Grazie ai Club di pesca a mosca che hanno sensibilizzato con gli anni e con molti sforzi i pescatori sull’argomento, questa pratica e’ divenuta molto frequente ed anche io con il tempo mi convertii al C&R.

Ma analizziamo più in dettaglio il C&R per vederne i lati positivi e, quelli che secondo alcuni dovrebbero essere negativi. Prima di entrare nei particolari e’ forse utile esaminare le principali conseguenze che un pesce agganciato ad un amo e poi rilasciato potrebbe subire. Al primo posto metterei quello che si può definire un fattore psicologico e cioè lo stress generato dall’improvviso aggancio e conseguente impossibilita da parte del pesce di muoversi in libertà. Al secondo posto inserirei lo stress causato da affaticamento dovuto alla lotta vera e propria che il pesce deve sostenere con il pescatore. Per ultime, ma per questo non meno importanti metterei le varie lesioni che il pesce potrebbe procurarsi, dovute sia alla ferita prodotta dall’amo sia per la successiva slamatura, e le eventuali lesioni arrecate dal pescatore maldestro per una sua errata manipolazione del pesce e per ultimo le relative malattie che potrebbero poi verificarsi. E’ bene quindi conoscere a priori a quali problemi il pesce va incontro se tutta questa operazione non viene effettuata come si deve. Quindi per praticare correttamente il C&R non basta liberare il pesce ma si debbono seguire scrupolosamente delle regole, ma queste le vedremo più avanti. Per capire a fondo il perché molti pescatori praticano regolarmente il C&R, oltre che ad un aspetto pratico più propriamente sportivo legato cioè alla presenza delle trote nei fiumi, questo deve assolutamente essere messo in relazione alla tecnica della pesca a mosca. In altre parole, praticare il C&R con la mosca e’ senz’altro più ‘normale’, sia per dei motivi legati ad un discorso per cosi dire etico che il sistema offre, ma in particolare e’ più facile da applicare proprio per le operazioni di slamatura che la mosca offre rispetto alle altre tecniche.

Le due affermazioni viaggiano parallelamente poiché se e’ vero che un buon pescatore vede la pesca a 360 gradi e cioè non solo finalizzata a catturare il pesce ma anche a vivere il fiume in modo più naturale possibile, dovrà necessariamente utilizzare una tecnica che permetta poi la liberazione del pesce in modo veloce e che non procuri ad esso lesioni decisamente pericolose. In questi ultimi anni comunque anche le altre tecniche si sono rese conto che quel che hanno iniziato a fare i moschisti non era poi così sbagliato, e hanno cercato, compatibilmente a quello che la tecnica applicata offre loro, di mettere a frutto i vantaggi del C&R. Certo e’ che forse chi vuole praticarlo con le altre tecniche troverà sicuramente delle difficoltà in più per dei motivi legati a fattori pratici. Da studi fatti negli anni scorsi, e’ ormai statisticamente provato che gli altri sistemi di pesca, per quanto vengano praticati nel modo più ‘attento’ possibile in fatto di ‘gestione’ delle catture, non danno mai quel grado di garanzia che il sistema mosca offre. Se ad esempio prendiamo in esame le tecniche con esche naturali proprio per il fatto che l’uso di tali sistemi obbliga il pescatore ad una ferrata ritardata per consentire alla trota di ingoiare il boccone, procurerà, nel caso in cui si voglia rilasciare il pesce, un tasso di mortalità del 70% poiché l’amo causerà delle lesioni gravi in parti vitali. E’ difficile trovare un pescatore che utilizzando esche naturali, ferri la sua preda non appena sente che questa inizia il  suo pasto, anche se intende rilasciarla. Al contrario di quanto si pensi invece se l’amo viene lascito nello stomaco del pesce e quindi si taglia il filo, il tasso di mortalità scende di molto fino a toccare il 30%, e sempre da studi fatti, si e’ visto che quelle sopravvissute vivono regolarmente nutrendosi e crescendo e addirittura eliminando il corpo estraneo dopo qualche mese. Il tutto e’ comunque legato alle dimensioni della preda che più e’ piccola e più questo discorso tiene meno proprio per fattori anatomici. In questi casi liberare una trotella sotto misura che ha ingoiato un amo piuttosto grosso comporta delle grosse precauzioni da parte del pescatore che purtroppo il più delle volte vengono meno generando un tasso di mortalità per queste piccole prede fino al 80% per toccare il 95% se si utilizzano come slamatore le dita. Di solito chi utilizza le esche naturali non schiaccia l’ardiglione che oltre ad aumentare la lesione, ritarderà l’operazione di slamatura. In effetti quest’ultima operazione e’ molto più importante di quanto si pensi e che analizzeremo più in dettaglio più avanti, prolungarla nel tempo e’ spessissimo sinonimo di alto tasso di mortalità.

Con la mosca e’ chiaro che il problema che si ha con le esche naturali e’ sicuramente quasi azzerato. Partiamo dall’aspetto ferrata. Quando una trota bolla sulla nostra mosca, il tempo che intercorre nel momento in cui questa bolla e la nostra ferrata e’ molto breve e da’ come risultato una allamatura molto superficiale. Mai il pesce viene ferrato oltre l’apparato boccale ed e’ quindi difficilissimo che la mosca vada ad agganciarsi ad organi importanti. Quindi lesioni molto superficiali che si verificheranno su parti cartilaginose e quindi assolutamente non vitali e, questo molto più importante, operazione di slamatura del pesce per coloro che utilizzano ami senza ardiglione, veloce e quindi con pochi danni. Quindi se analizziamo il C&R fatto con la mosca, non possiamo che asserire che e’ l’unico sistema che da’ un tasso di mortalità molto più basso degli altri sistemi: massimo 7% / 8%. Fin qui abbiamo visto come e perché il C&R effettuato con la mosca e’ garanzia di bassissima mortalità, ma anche in questo caso esiste il rovescio della medaglia e i rischi possono essere più grandi di quanto si pensi. In altre parole per essere molto valido il C&R deve essere fatto, anche per la mosca, attenendosi scrupolosamente a quelle  regole molto precise di cui si accennava prima. Oggi in Italia purtroppo non basta dire che praticando la pesca a mosca si e in regola poiché operando il C&R in maniera maldestra equivale a far alzare il tasso di mortalità in maniera vertiginosa. Prendiamo ad esempio il soffocamento a cui una trota va incontro dopo essere stata allamata. Se partiamo dal presupposto che una trota non resiste fuori dall’acqua per più di due o tre minuti, appare subito evidente che se si prendono tutte le precauzioni del caso ma teniamo la trota per l’operazione di slamatura oltre questo tempo magari per ammirarla dopo che ha lottato ed e’ quindi sfinita, il C&R va a farsi benedire. Come si diceva, il C&R darà i suoi risultati positivi solo ed esclusivamente se si seguono scrupolosamente delle regole ben precise. Partendo dal momento in cui la trota viene ferrata, il tempo che intercorre da questo momento fino al suo salpaggio deve assolutamente essere il più breve possibile. I motivi per cui molte trote muoiono dopo averle liberate anche se si adottano tutte le precauzioni, sono da attribuire allo stress dovuto sia all’aspetto psicologico ma molto più per quello dovuto ad un aspetto diciamo fisiologico. Durante questo periodo in cui il pesce lotta disperatamente per riconquistare la sua libertà, si generano nel suo corpo una serie di fattori chimici come l’aumento dell’acido lattico di alcuni ormoni e la diminuzione di ossigeno. E’ evidente che tutti questi fattori chimici sommati all’aspetto psicologico, aumentano in relazione al tempo di lotta.

Quindi si deve cercare di diminuire al massimo il tempo che intercorre da quando si ferra il pesce a quando questo si libera. Certo che tutto si complica qualora si aggancia una preda di grosse dimensioni, ma viste le taglie medie delle nostre trote, il tutto rientra in una operazione che può essere effettuata in maniera rapida. Seconda regola da seguire e’ quella della slamatura. Per operare un buon C&R bisogna necessariamente utilizzare ami privi di ardiglione. Se il tempo e’ un elemento fondamentale appare chiaro che l’operazione di slamatura deve avvenire anch’essa in tempi brevissimi e utilizzando ami privi di ardiglione, questi si riducono notevolmente. Ma l’uso di ami senza ardiglione e importante non solo per abbreviare i tempi di slamatura ma anche per arrecare minor danno alla trota ed evitare così pericolose lesioni qualora la si agganciasse in parti delicate come per esempio la lingua, il palato o in parti che non sono quelle dell’apparato boccale come l’occhio o le branchie. In questi punti spesso il rischio di mortalità aumenta notevolmente, ed e’ chiaro che se utilizziamo ami con ardiglione le ferite arrecate saranno inesorabilmente maggiori. Per slamare un pesce comunque sarebbe meglio servirsi di un buon slamatore o quelle piccole pinzette che si trovano in commercio ricordandosi sempre di fare questa operazione con delicatezza per evitare grossi traumi in particolar modo alle piccole trote. Come si accennava prima della possibilità che esiste di ‘annegare’ la trota qualora la si tenga fuori dall’acqua per tempi piuttosto lunghi, e’ un’altro elemento che può nuocere moltissimo alla stessa. Fuori dal suo ambiente il pesce soffoca e la mancanza di ossigeno provocherà dei danni irreparabili. Ma l’importanza di slamare la trota quando e’ ancora in acqua non si limita soltanto ad un fattore legato alla respirazione, ma ne esiste un altro che probabilmente non tutti considerano e cioè il grosso problema relativo alla differenza di pressione e di peso che si viene a generare. In altre parole la trota fuori dall’acqua ‘scarica’ sui suoi organi interni un peso maggiore che potrebbe danneggiarli oltre alle non poche possibilità esistenti di potersi ferire su pietre o ghiaia. Anche utilizzando un guadino si deve cercare di tenere il pesce sempre in acqua anche in pochi centimetri di questa. Altro grosso problema e’ quando la trota viene maneggiata dal pescatore. Molti pensano di praticare correttamente il C&R ma non considerano che anche stando attenti alle altre fasi ma manipolando la trota in modo maldestro magari con le mani asciutte o stringendola forte tra le dita, potrebbero arrecarle dei danni irreparabili. Le cause conseguenti possono essere l’insorgenza di funghi parassiti e danneggiamento degli organi interni o qualora la si tocchi nelle branchie difficoltà di respirazione con le relative conseguenze.

Quando il ‘combattimento’ tra pescatore e pesce e’ stato particolarmente duro e la trota risulta essere sfinita, nel momento in cui si intende rilasciare il pesce, va ricordato sempre che questo, anche se abbiamo coscienziosamente seguito le regole fin qui riportate, potrebbe morire ugualmente perché non in grado di auto sostenersi e respirare. Quindi dovremo sempre rianimarla in modo tale da forzare la respirazione muovendola in su e in giù contro corrente facendo si che l’acqua entri dalla bocca e vada ad ossigenare le branchie fino a quando si vedrà la trota riprendersi e pinneggiare autonomamente verso la sua tana. Come abbiamo visto non basta dire che si esercita il C&R se poi questo non viene praticato come si deve seguendo quelle regole che poi permettano che questa disciplina sia veramente efficace. Inconsciamente si pensa di fare del bene all’ambiente ma, anche se involontariamente, si arreca comunque del danno alla fauna. Ancora oggi, esiste la cosiddetta ‘controparte’ cioè coloro che asseriscono che il C&R non solo non e’ positivo, ma addirittura controproducente. Essi sostengono che questa pratica crea inesorabilmente una ‘violenza’ nei confronti del pesce che potrebbe non solo restarne menomato, ma creare ulteriori problemi alla restante fauna. Se andiamo a rileggere tutto quello che in America si e’ scritto e fatto in questi ultimi trenta anni sotto l’aspetto scientifico nei confronti del C&R con incontri, simposi e chi più ne ha più ne metta, ci si renderà conto della sua grande efficacia. Del resto anche in Italia abbiamo degli esempi particolarmente felici di gestione delle acque con questo sistema. Fra tutti metterei il tratto No-Kill del fiume Nera in Umbria dove e’ possibile praticare la sola pesca a mosca e lo spinning. Nel Settembre 97’ si e’ svolto in località ‘Borgo Cerreto’ in provincia di Perugia, un incontro-dibattito organizzato da Legambiente e Provincia di Perugia sulla gestione di questo tratto di fiume che ormai sta diventando un esempio pratico di come vanno amministrate le acque. Se e’ vero che i tratti di fiume che si intendono sottoporre a ‘studio’ debbono essere gestiti in maniera specifica e speciale, il tratto mosca e spinning del Nera ha dato in questi anni dei dati particolarmente felici sia sotto l’aspetto pratico, cioè la presenza cospicua di trote e quindi gioia dei pescatori, e sia sotto l’aspetto scientifico poiché il materiale ittico e’ risultato essere di ottima qualità al di la del bracconaggio e degli ostacoli che molti hanno cercato di creare. Quindi il C&R non deve essere pensato solo come veicolo con il quale si riesca ad avere dei tratti di fiume più popolosi, ma bensì uno degli elementi cardine di un programma ben preciso e studiato a monte per far si che i fiumi soggetti a studi diano poi i risultati voluti. Non serve a nulla praticare il C&R in ambienti in cui la fauna ittica non sia quella autoctona ma formata da trote immesse ogni anno prima dell’apertura senza nessun senso scientifico magari solo per poter far vedere che il tratto di fiume in oggetto e’ ben popolato e purtroppo moltissimi sono gli esempi di questo tipo in fiumi in Italia in cui e’ facile vedere un’infinita’ di pesci miscelati tra loro come trote di varie razze colori e taglie e magari essere vanto di abbondanza senza sapere che le povere trote autoctone rimaste dovranno pian piano scomparire per lasciar posto definitivamente a queste razze impossibilitate il più delle volte a non potersi neppure riprodurre. E’ giusto in questi casi imporre il C&R ? Il tratto No-Kill mosca non deve essere considerato luogo per pochi privilegiati o ghetto in cui rinchiudersi per poter avere la possibilità di prendere più trote, ma deve essere visto per quel che effettivamente e’ ovvero una zona limitata ad un sistema di pesca specifica per poter dimostrare che tutto quello che effettivamente di positivo sia il sistema mosca che la pratica del C&R producono e’ frutto di studi scientifici non mirati al solo aspetto sportivo ma bensì elementi finalizzati a ridare al fiume il suo giusto equilibrio.

Vorrei concludere con una frase espressa sul C&R dal grande Lee Wulff che dice pressappoco così: "I pesci sono troppo preziosi per essere catturati una sola volta. Il pesce che tu rilasci e’ un tuo regalo per un altro pescatore, e ricorda, esso può essere stato un simile regalo per te".

 

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